CAI Vigo di Cadore

Club Alpino Italiano

sezione di Vigo di Cadore

 

«vedrai che qualcosa faremo!!!»

Vallo Alpino XVI/a – Sbarramento Cima Gogna – Opere 9, 9bis e 11

Lo sbarramento Cima Gogna

Lo sbarramento Cima Gogna fa parte del XVI settore di copertura Cadore -Carnia del Vallo Alpino del Littorio, costruito a scopo difensivo con la funzione strategica di protezione del Cadore tra il 1939 e il 1943 presso la frazione Cima Gogna, confinante con il territorio comunale di Vigo di Cadore.

Il Vallo Alpino del Littorio è un sistema di fortificazioni formato da opere di difesa, dislocate nell’arco alpino, fortemente voluto da Mussolini e costruito durante il ventennio fascista prima della Seconda Guerra Mondiale per proteggere il confine italiano dai paesi limitrofi, cioè Francia, Svizzera, Austria e Jugoslavia. L’Italia si trovò a dover difendere una frontiera molto ampia: si trattava infatti di 1.851 chilometri di linea di confine. l progetto iniziale comprendeva tutto l’arco alpino, partendo da Ventimiglia e arrivando all’allora città italiana di Fiume, sfruttando appieno la scarsità di rotabili, sentieri e colli e le difficoltà create dall’ambiente alpino. Il progetto iniziale non fu mai completato e venne notevolmente ridimensionato durante la costruzione a causa di difficoltà costruttive e di reperimento materiali. Il termine vallo deriva dall’antica costruzione difensiva romana denominata vallum di cui forse l’esempio più famoso è l’imponente fortificazione in pietra del Vallo di Adriano (tra Scozia e Inghilterra, costruito nel 122 d.C.). La denominazione del Vallo Alpino del Littorio, pur essendo stato costituito nel 1931, venne ufficializzata solamente nel 1940 in un discorso pronunciato da Ubaldo Soddu, il Sottosegretario alla Guerra Generale. La costruzione ebbe inizio nel 1939 a seguito della diffidenza che Mussolini aveva manifestato verso la Germania di Hitler. Questo tratto del Vallo Alpino venne battezzato dalle popolazioni delle zone interessate ai lavori “Linea non mi fido“, con evidente riferimento ironico alla Linea Sigfrido, la massiccia linea fortificata tedesca costruita tra il 1916 e il 1917, a protezione del paese in occasione della Prima Guerra Mondiale. Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le opere di difesa erano presidiate dalle unità della “GaF”, ovvero il corpo di Guardia alla Frontiera, specificatamente creato per il presidio delle opere fortificate, il cui motto era «Dei sacri confini guardia sicura», tradotto dal latino “la guardia sicura del sacro confine di Dio”. Durante il conflitto, nel periodo decisivo dell’entrata delle truppe naziste in Italia per la via del Brennero nel 1943, le opere del Vallo Alpino, disposte in maniera strategica, il cui scopo era di rallentare e sfiancare l’invasore, non operarono mai secondo la loro specifica funzione, sia per l’incompletezza dei sistemi difensivi stessi, ma soprattutto perché l’ex alleato tedesco si trovava ormai alle loro spalle. Immediatamente dopo l’occupazione dell’Italia, i Tedeschi presero in considerazione di riadattare le opere del Vallo Alpino e anche le vecchie postazioni austro-ungariche della Prima Guerra Mondiale come posizione di resistenza prealpina. Ma Hitler decise di resistere molto più a sud contrastando l’avanzata degli Alleati con diverse linee difensive (Linea Barbara, Linea Reinhard, Linea Gustav, Linea Cesare, Linea Hitler, Linea Albert, Linea Verde, Linea Gotica, ecc…) e lo studio non ebbe seguito. Modificare le postazioni vicine alle strade sarebbe stato forse possibile, ma sarebbe mancato il tempo per farlo: le forze tedesche capitolarono nel maggio 1945. Finita la Guerra, gli accordi di pace sancivano che in una fascia di 20 chilometri lungo i confini dovessero essere distrutte o rimosse entro un anno tutte le fortificazioni o installazioni militari permanenti e che le stesse non potessero essere ricostruite. Nonostante ciò, l’esigenza di difendere l’Italia da eventuali aggressioni dall’oriente portò ad una nuova valorizzazione delle opere fortificate rimaste del Vallo Alpino e alla costruzione a ridosso della nuova frontiera di nuove opere. Il progetto fu finanziato dalla NATO, e questa nuova idea difensiva prevedeva in particolare che al confine con l’Austria venissero riutilizzate le opere già esistenti della Seconda Guerra Mondiale, mentre sul confine con la Jugoslavia si sarebbe dovuta costruire una nuova linea di difesa per rimpiazzare quella rimasta oltre frontiera. Queste opere, inizialmente assegnate ai Battaglioni di Posizione, vennero poi nel 1957 affidate alla Fanteria d’Arresto. Oltre all’utilizzo di nuovi sistemi d’arma, le opere furono dotate di nuove porte stagne di origine navale e di una difesa NBC (armi nucleari, biologiche e chimiche). Ancora nel 1976 questo sistema difensivo era considerato strategico dallo Stato Maggiore della Difesa. Infatti, nonostante l’arma nucleare avesse sollevato già negli anni 1950-1960 numerosi dubbi sull’opportunità di mantenerle in efficienza, si considerava che le fortificazioni potessero avere una sufficiente resistenza a una esplosione nucleare ravvicinata. Infine, la caduta dell’Unione Sovietica, e quindi la fine dell’ipotetica minaccia che poteva irrompere da oriente, diedero il colpo finale ai reparti d’arresto e alle opere del Vallo Alpino, che vennero abbandonate. La linea difensiva del Vallo Alpino era concepita attraverso diversi sbarramenti difensivi che impedivano l’accesso attraverso le zone di transito, utilizzando i fianchi delle vallate e il fondo valle quando vi era una valle sufficientemente ampia. Con il termine “sbarramento” si intende proprio un complesso di opere fortificate poste tra le principali vie di transito, presidiate da appositi reparti militari. Le opere dello sbarramento avevano quasi tutte delle caratteristiche comuni, ovvero: la camera di combattimento (luogo che ospitava i cannoni anticarro o le mitragliatrici, celate dietro un’apposita feritoia), l’ingresso (che solitamente si trovava in direzione opposta a quella dell’ipotetica linea di invasione e, se possibile, era realizzato in un’apposita trincea, a volte anche coperta, per celarne l’esistenza), gli altri locali di uso comune (le riservette delle munizioni, il gruppo elettrogeno, i locali per le comunicazioni, il posto comando, i locali servizi, i dormitori, le latrine, l’infermeria), le porte (a coppie e stagne metalliche di origine navale, per garantire la divisione in settori stagni dell’opera), e il mimetismo (le opere erano mimetizzate completamente nell’ambiente circostante).

Lo sbarramento di Cima Gogna è posto presso la congiunzione di due strade, la S.S. 48 delle Dolomiti e la S.S. 52 Carnica. Lo sbarramento da progetto prevedeva 15 opere difensive di tipo 15000, ovvero resistenti a grandi calibri. In totale erano previsti 23 fucili mitragliatori, 34 mitragliatrici, 5 pezzi anticarro 2 cannoni 75/27 Mod. 1906 e due cannoni da 65/17 Mod. 1908/1913. Alla fine, 3 di queste opere sono rimaste solo dei progetti, e la realizzazione effettiva si è fermata a quota 12 opere. L’azione principale affidata a questo sbarramento era quella di bloccare l’avanzamento delle truppe nemiche che potevano discendere la Val d’Ansiei. Per questo motivo le opere erano su entrambe le sponde del Fiume Ansiei: sulla sponda destra alla base della Croda Bassa (1421 m) e del Col Vidal (1880 m), mentre su quella sinistra ai piedi del Col Contras (1002 m). Oltre a questo, era previsto uno sbarramento mediante spezzoni metallici e due interruzioni stradali lungo le due strade statali per la difesa anticarro. Più precisamente, per quanto riguarda la S.S. 52 presso il chilometro 80 (tratto dismesso nei pressi della diga del Tudaio, sostituito oggi dalla variante in galleria) e per quanto riguarda la S.S. 48 al chilometro 161 (ad oggi cambiata; quindi, risulta al chilometro 80 della S.S. 52). Nell’autunno del 1940 delle opere dello sbarramento di Cima Gogna risultavano ultimate la struttura esterna e interna delle opere in calcestruzzo (11), e scavate in caverna (9). La 9bis era invece completa solo nello scavo. Nel 1941 le opere vennero ultimate e allestite con arredamenti, serramenti e impianti di ventilazione. Per quanto riguarda l’illuminazione del terreno circostante l’intero sbarramento erano state previste 4 stazioni di cui 2 per il controllo della direttrice da Cima Gogna quindi una presso l’opera 10 e una seconda alla base N-O del Col Ciampon; le altre 2 invece erano previste per la seconda direttrice, la S.S. 48, una tra l’opera 4 bis e la 6, e l’altra alla base del Col Contras.

Opere 9 e 9bis

Le opere 9 e 9 bis sono ben conservata, percorribili e facilmente raggiungibili.

Sono scavate in caverna e presentano due ingressi. L’opera è disposta su diversi livelli, infatti viene anche denominata “opera alta” la 9bis e “opera bassa” la 9. Al suo interno un lungo corridoio conduce verso le 2 cannoniere (dove un cannone è stato ripristinato) e all’osservatorio attivo. Altri lunghi corridoi collegano le postazioni alle camerate. L’opera è stata affidata ad un’associazione di volontari che ha provveduto al suo restauro. Al suo interno è stata posta una bicicletta in grado di fornire energia elettrica al bunker.

Armamento previsto: 4 mitragliatrici, 1 cannone anticarro 47/32

Attualmente, l’opera è ben conservata e percorribile, e raggiungibile dalla frazione Piniè di Vigo di Cadore, parcheggiando presso il locale Pino Solitario, si procede a piedi verso nord est per 5 minuti, dopo aver passato la sbarra, sulla sinistra, oltre il torrente rio Soandre, si scorge l’entrata dell’opera, anche segnalata dalla presenza del tricolore.

Dati dei percorsi in breve:

  • Partenza: Pino Solitario (845 m s.l.m.)

  • Arrivo: Opere militari 9 e 9bis (899 m s.l.m)

  • Dislivello positivo: 28 m

  • Tempi: 5 min (considerare una mezz’oretta per la visita delle opere)

  • Difficoltà: T